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22 Maggio 2026

Duo, nastri e sintetizzatori: le proposte italiane al Jazz Is Dead 2026

Due duo italiani, con base a Bologna e un filo comune nella label Maple Death, raccontano come costringere gli strumenti a generare paesaggi sonori anziché canzoni tradizionali

Duo, nastri e sintetizzatori: le proposte italiane al Jazz Is Dead 2026

La programmazione del Jazz Is Dead 2026 include una nutrita presenza italiana e, tra gli appuntamenti più intriganti, spiccano due formazioni concepite come duo. Entrambe le proposte condividono radici bolognesi — tre musicisti su quattro vivono o hanno vissuto a Bologna — e un mediatore comune: Jonathan Clancy della Maple Death, che ha dato spazio a questi percorsi. Più che canzoni convenzionali, i progetti puntano alla costruzione di ambienti sonori, usando strumenti e macchine come materiale plastico per generare atmosfere invece che strutture pop tradizionali.

Le due coppie sono, da una parte, Francesca Bono e Vittoria Burattini, già autrici di due album su Maple Death, tra cui Suono in un tempo trasfigurato (2026) e il più recente Ora sono un lago; dall’altra, il sodalizio più fresco tra Stefano Pilia e Marta Salogni, ancora privo di uscite discografiche ma annunciato da una pubblicazione su Maple Death che vedrà la luce entro l’anno. Le biografie individuali aggiungono contesto: Bono è voce e tastiere negli Ofeliadorme e ha pubblicato il solista Crumpled Canvas (2026); Burattini è batterista e membro storico dei Massimo Volume. Pilia e Salogni portano invece esperienze itineranti e tecniche di produzione di alto profilo.

Origini dei progetti e intrecci bolognesi

Il percorso di Bono e Burattini nasce in modo quasi cinematografico, dalla sonorizzazione di cortometraggi di Maya Deren commissionata dall’archivio Home Movies. Qui Francesca scelse di puntare prevalentemente sul suo Roland Juno 60 e invitò Vittoria per integrare il lavoro con la batteria; il debutto pubblico avvenne a Bologna alle Sere dei Giardini Margherita e convinse la Maple Death a trasformare la performance in un progetto discografico. Per Pilia e Salogni l’innesco è più recente: un incontro in studio durante le registrazioni del disco di Silvia Tarozzi (Lucciole, 2026) e poi la proposta di Jonathan Clancy per la collana editoriale con Canicola, che abbina immagine e suono.

Strumenti, macchine e strategie sonore

La cifra dei due duo è riconoscibile nei mezzi scelti: il Juno 60 di Francesca è trasformato in protagonista solitario, fonte di timbri caldi e modulazioni; la batteria di Vittoria si trasforma in pattern testurali più che in groove canonici. Dall’altra parte, Marta Salogni impiega le sue macchine a nastro e sistemi di loop per manipolare il materiale di partenza, mentre Stefano Pilia mette a disposizione una chitarra pronta alla sperimentazione. Il processo crea paesaggi sonori dove la composizione dialoga costantemente con la rigenerazione operata dalle macchine.

Le tecniche del nastro e la nozione di memoria

Marta descrive il suo setup come un vero e proprio labirinto: i nastri introducono ritardi lunghi — intorno ai 9-10 secondi — che sfuggono alla percezione ritmica e trasformano la frase iniziale in un elemento disturbato e rielaborato. Questo meccanismo è per lei una metafora della memoria: ogni riproduzione altera leggermente il contenuto originario, fino a trasformarlo in qualcosa di nuovo. Il risultato è una stratificazione di delay, loop e feedback che rende ogni performance irripetibile.

Il dialogo tra composizione e manipolazione

Nei due progetti la scrittura non scompare: spesso parte da un nucleo riconoscibile (una melodia, un pattern, un tema imposto dall’immagine) e viene poi sottoposta a processi di disgregazione. Francesca fornisce spunti che Vittoria trama con scelte percussive e timbriche; Pilia parte da idee chitarristiche che Salogni registra e rielabora. In entrambi i casi la composizione è il punto di partenza, non un vincolo: la manipolazione elettronica e analogica diventa parte della forma compositiva stessa, creando un equilibrio tra intenzione umana e metamorfosi meccanica.

Perché restare in duo: limiti, vantaggi e ragioni estetiche

La scelta del formato in due non è solo estetica ma anche pratica. Lavorare in duo riduce i costi di tournée e semplifica la gestione tecnica, elemento importante per progetti di ricerca che muovono su margini economici ristretti. Ma c’è anche una ragione creativa: la limitazione strumentale funge da stimolo. Come dice la cineasta che ha ispirato uno dei progetti, con pochi mezzi l’idea deve essere potente per farsi sentire; così il duo cerca di concentrare energia ed efficacia costruendo pezzi che reggano con strumenti ridotti. Inoltre la dinamica tra due persone favorisce una comunicazione rapida, spesso non verbale, che rende possibile un dialogo immediato in sede di performance.

Entrambi i progetti accolgono occasionali ospiti ma mantengono il formato a due come riferimento principale: la forma attuale è considerata parte dell’identità artistica e, pur lasciando la porta aperta a evoluzioni, preferisce preservare la specificità nata dalla relazione paritaria tra i musicisti. Per ascoltare sul palco queste strategie di suono e relazione, il palinsesto del Jazz Is Dead 2026 offre l’occasione più immediata: sarà lì che il duo potrà mostrare se la formula regge anche in contesti live e in dialogo con il pubblico.

Autore

Alessandro Tassinari

Alessandro Tassinari, torinese con passaporto pieno di timbri, riscrisse un percorso alpino dopo un incontro al Rifugio Garelli: oggi cura storie di viaggio in chiave narrativa. In redazione predilige longform, sostiene l'attenzione al paesaggio e conserva un taccuino logoro con mappe disegnate a mano.