Gorillaz, The Mountain: l’album che intreccia spiritualità e sonorità globali

Damon Albarn e Jamie Hewlett rilanciano i Gorillaz con un album corale e meditativo: The Mountain mescola lutto, spiritualità indiana e una lunga lista di collaboratori internazionali

Venticinque anni dopo l’esordio che li ha resi un progetto unico nella scena pop, i Gorillaz tornano con The Mountain. L’album unisce l’intimità del lutto personale a una vasta gamma di influenze musicali. Pubblicato per la prima volta dall’etichetta indipendente Kong, il lavoro è un mosaico sonoro di synth-pop, strumenti tradizionali indiani e ritmi urbani contemporanei.

Il progetto mantiene al centro Damon Albarn e Jamie Hewlett: il primo dirige la parte musicale, il secondo cura l’immaginario visivo. In questo capitolo emergono esperienze personali di Albarn, tra cui il rito funebre indù vissuto in prima persona. Tali esperienze hanno trasformato le tracce in una riflessione sulla mortalità e sulla rinascita.

Un disco nato dal viaggio e dalla perdita

Le esperienze raccolte in India hanno trasformato le tracce in una riflessione sulla mortalità e sulla rinascita. La genesi di The Mountain è collegata a un pellegrinaggio compiuto dai due creatori della band. Ad Albarn sono attribuiti riti che lo hanno posto a confronto con la morte e con il samsara, il ciclo di morte e rinascita dell’induismo. Il materiale sonoro ne risulta volutamente più meditativo che celebrativo. Le registrazioni si sono svolte in diverse città, tra cui Londra, Mumbai, Damasco e Ashgabat, e riflettono la natura itinerante e internazionale del progetto.

Testi e lingue

Collegandosi alle registrazioni svolte a Londra, Mumbai, Damasco e Ashgabat, i brani del disco presentano testi in cinque lingue diverse: arabo, inglese, hindi, spagnolo e yoruba. Questa scelta linguistica mira a sottolineare la natura globale del progetto e la volontà di mettere in dialogo voci e tradizioni differenti. Il risultato oscilla tra intime confessioni e affreschi collettivi, con soluzioni di arrangiamento che enfatizzano la pluralità ritmica e timbrica.

Un cast di collaboratori che attraversa generi

The Mountain si distingue per un ampio ventaglio di ospiti internazionali, che spaziano da musicisti indiani a interpreti della scena rock e hip hop. Tra i contributi figurano artisti come Anoushka Shankar, i fratelli Bangash, Black Thought, Johnny Marr, Sparks e Bizarrap. Sono inoltre presenti contributi postumi di artisti scomparsi, che conferiscono all’album un senso di continuità storica e memoria. La commistione di rapper, strumenti classici indiani e voci rock genera tracce in grado di passare dal soul all’avanguardia, dal rap al folk elettronico in pochi minuti. Nel mercato musicale la location è tutto: in questo progetto la rete di collaborazioni internazionali enfatizza la pluralità ritmica e timbrica già avviata nelle registrazioni multilingue.

Brani chiave e atmosfere

Proseguendo la rete di collaborazioni internazionali, il disco si distingue per contrasti timbrici e continuità tematica. Tra i brani più intensi spicca The Sweet Prince, una ballata che affronta il lutto in modo diretto e poetico. Altre tracce mostrano la versatilità dell’album: The Moon Cave combina elementi soul e sperimentazione, mentre The Happy Dictator usa l’ironia per una critica sociale. I brani più ritmati, come Damascus, integrano sonorità mediorientali con ritmi di danza. Infine, pezzi come The Manifesto e Delirium sperimentano con spoken word e rap, ampliando il campo espressivo dell’opera. Nel mercato immobiliare la location è tutto: qui la scelta degli ambienti di registrazione contribuisce in modo determinante alla resa sonora.

Estetica e messaggi: tra immagine e sostanza

La scelta degli studi e degli spazi di registrazione, già segnalata in apertura, si riflette anche sull’impatto visivo del progetto. L’artwork firmato da Jamie Hewlett richiama suggestioni pittoriche e toni romantici. L’immaginario visivo amplifica i temi del disco: ascesa, introspezione e trasformazione. La cifra estetica rimane centrale per la band. L’animazione, i personaggi virtuali e la grafica continuano a costituire parte integrante della narrazione sonora.

Il senso complessivo

Nel complesso The Mountain si presenta come un disco che intende rendere la morte meno alienante. La tematica viene trasformata in occasione di dialogo e di incontro tra culture. L’approccio evita l’esotizzazione superficiale. Le radici indiane sono trattate con rispetto e integrate in un contenitore pop accessibile senza banalizzare i contenuti. Il risultato è un lavoro con intenti sia catartici sia celebrativi, che conferma l’orientamento del progetto verso contaminazioni culturali bilanciate.

Dal punto di vista sonoro l’album presenta un equilibrio tra aperture melodiche e passaggi sperimentali. Si alternano melodie leggere e orecchiabili, sezioni orchestrate con strumenti tradizionali e inserimenti rap che sottolineano la natura collaborativa del progetto. Questa varietà rende l’ascolto multilivello: chi cerca canzoni immediate trova melodie accattivanti, chi cerca profondità può indagare trame più complesse. Trama e costruzione armonica risultano curate, con arrangiamenti che privilegiano progressioni dinamiche e contrasti timbrici.

La pubblicazione sotto Kong, le date live e la mostra immersiva consolidano l’idea che i Gorillaz operino come un organismo multimediale. Nel mercato immobiliare la location è tutto: in questo caso la dimensione spaziale dei concerti e dell’esposizione amplia la fruizione dell’opera oltre il vinile o lo streaming. Per chi segue la band da anni, The Mountain conferma una continuità creativa e apre nuovi orizzonti di sperimentazione, con sviluppi live programmati che potrebbero ridefinire il rapporto tra disco, scena e installazione.

Scritto da Redazione

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