Il nuovo album E poi scegliere con cura le parole segna per Mauro Ermanno Giovanardi una tappa di piena maturità espressiva. In questo progetto l’artista, noto per il lavoro con La Crus e per l’esperienza nei Carnival of Fools, ha deciso di ripensare in modo radicale il proprio linguaggio sonoro: una scelta che mette al centro la voce e le parole, integrandole a un ordito elettronico sofisticato ma misurato.
Il racconto del disco nasce dalle conversazioni con il batterista e produttore Leziero Rescigno, figura chiave nel plasmare la direzione sonora. L’idea di una «canzone d’autore del terzo millennio» ha guidato tutte le scelte, dalla strumentazione agli arrangiamenti, con l’intento di costruire un lavoro che fosse insieme sperimentale, poetico e riconoscibile nella tradizione del cantautorato.
La genesi del suono e le scelte produttive
Il percorso d’incisione è iniziato in modo piuttosto classico: arrangiamenti per piano e voce come base per poi trasformare ogni traccia tramite strumenti elettronici. Non ci sono chitarre acustiche né batterie acustiche suonate nel disco: le percussioni sono affidate a 808 e kit elettronici, i bassi spesso coincidono con un Moog e i sintetizzatori convivono con archi e fiati veri. Questa combinazione mira a mantenere le ritmiche in ruolo di sostegno, piuttosto che renderle protagoniste assolute, per lasciare alla voce lo spazio narrativo principale.
Tecniche e dettagli in studio
La fase di registrazione è stata rapida proprio perché gran parte del lavoro era già definito. Le tracce vocali guida, in alcuni casi, sono rimaste la base della versione definitiva dopo essere state quantizzate e rielaborate. Sono stati utilizzati anche campioni e molte sovrapposizioni vocali per costruire i temi; il risultato è un equilibrio tra elettronica e strumenti acustici che restituisce un suono contemporaneo senza tradire l’anima cantautorale del progetto.
Parole in collegamento: il collettivo dei testi
Per la scrittura dei testi Giovanardi ha scelto un approccio collettivo: un collettivo della parola formato da amici e colleghi che hanno contribuito alle liriche. Pur avendo delegato parte del lavoro, ha mantenuto un ruolo di regia e l’ultima parola sui testi, perché la voce e l’immaginario restano profondamente suoi. L’intento dichiarato è stato quello di lavorare sulla parola come fondamento dell’intero progetto, modellandola fino a ottenere un risultato coerente con la visione globale del disco.
Un registro esistenzialista ma leggero
Presentandolo alla stampa, Giovanardi ha definito il disco il suo più «esistenzialista». In realtà si tratta di un lavoro introspettivo che però sposta lo sguardo dalle tematiche amorose a questioni sociali e quotidiane: post, algoritmi, iPhone sono citati come elementi dell’epoca che incidono sull’essere umano. La scrittura cerca una leggerezza pensosa, per usare una citazione che l’artista richiama volentieri, conservando poesia, sperimentazione e melodia senza scivolare nella cupezza.
I brani chiave e la memoria personale
Tra i pezzi che definiscono il tono del disco ci sono Il buio nella pelle e La coscienza della mia generazione. Il primo racconta la disillusione di un periodo segnato dall’isolamento e dalla rivoluzione digitale: Giovanardi evoca la frattura fra chi conta milioni di follower e chi ha costruito la propria carriera sul palco. Nel secondo brano lo sguardo diventa storico e autocritico: nato da un testo condiviso con Francesco Bianconi, il pezzo è una sorta di j’accuse verso una generazione che ha visto svanire molte utopie.
Le influenze dichiarate spaziano da Jim Morrison e i Doors a nomi come Nick Cave, Leonard Cohen e Luigi Tenco, con citazioni di letture formative come Nessuno uscirà vivo di qui, che hanno segnato l’immaginario dell’autore.
Radici, scena degli anni ’90 e impegno verso i giovani
Giovanardi riflette anche sul percorso storico che ha coinvolto la sua generazione musicale: dalla controcultura degli anni ’90 a un rapporto complesso con le major e con i meccanismi del mercato. Ripensare il primo disco de La Crus gli ha ricordato quanto fosse sperimentale quel periodo e come l’arrivo di MTV e delle grandi etichette abbia modificato sensibilmente il contesto creativo.
Oggi l’artista è attivo nel sostenere i giovani: ha partecipato a iniziative come Suoni dal futuro e ha collaborato con realtà come Urbica di Pesaro, proponendo cartografie di artisti emergenti e cercando di ricreare quella energia di comunità che lo aveva formato. L’idea è coinvolgere figli legittimi, nipoti o padri putativi di quella stagione per costruire nuove traiettorie senza nostalgia sterile.
Il disco, maturato anche durante i mesi del Covid e perfezionato con più mastering, è per Giovanardi una sintesi di quanto è stato e di ciò che è diventato: un lavoro che richiede attenzione e cura, e che pone la voce come garante dell’identità artistica. In vista dei concerti prossimi, l’artista continua a preservare quel materiale prezioso che è la sua voce, ricordandoci che chi racconta il mondo con profondità va custodito.

