Nel cuore della metà degli anni settanta, Bob Dylan lanciò il Rolling Thunder Revue, una cavalgata musicale nata tra i vicoli di Greenwich Village e la northeast americana. A trentacinque anni, l’artista, stanco delle turbolenze del tour del 1974 con the Band, radunò amici vecchi e nuovi in autobus e camper, senza un progetto preciso se non quello di suonare e viaggiare. L’invito rimase secco per Bruce Springsteen e Patti Smith, ma la libertà e l’impulso di Dylan si concretizzarono in una serie di concerti itineranti, due cicli di cinque settimane che avrebbero poi alimentato un mito duraturo.
Il vuoto documentario che ha avvolto il 1976
Dopo la conclusione del secondo ciclo, nel 1976, Dylan pubblicò Hard Rain, un album di nove brani tratti da due esibizioni di maggio. La critica lo giudicò musicalmente miserabile: Lester Bangs lo definì un insulto, mentre Rolling Stone lo dipinse come il più caotico dalla “Self Portrait”. Parallelamente, una collezione di 22 tracce provenienti dal 1975 fu accolta con entusiasmo, grazie anche al documentario di Martin Scorsese. Il 1976, invece, rimase nell’ombra, senza beneficenza per Rubin “Hurricane” Carter o altri eventi celebrativi, lasciando un vuoto di registrazioni ufficiali.
Il nuovo box set: The Rolling Thunder Revue – The 1976 Live Recordings
Il recente cofanetto da 39 dischi colma finalmente questo vuoto. Intitolato The Rolling Thunder Revue: The 1976 Live Recordings, include 381 tracce catturate dal tecnico del suono David Hendel durante il periodo compreso tra aprile – quando la troupe iniziò una stint di 11 giorni in Florida – e maggio, culminata nell’arena ormai demolita del Salt Palace. Nonostante la mancata registrazione del concerto finale, il set raccoglie tutti i brani eseguiti da Dylan, sia in solitaria sia in duetto con Joan Baez o supportati dalla band autoclassificata “Guam”. Sono esclusi i turni di Joni Mitchell, Roger McGuinn o T-Bone Burnett, mantenendo il focus sul leader.
I concerti di Fort Worth e Fort Collins
Due delle esibizioni più celebri – Fort Worth (16 maggio) e Fort Collins (una settimana dopo) – sono ora disponibili nella loro interezza, sia all’interno del cofanetto sia come pubblicazioni autonome. Queste serate, precedentemente limitate a frammenti di bootleg, mostrano un Dylan che apre con “Mr. Tambourine Man” e “It Ain’t Me Babe”, per poi passare a brani come “Vincent van Gogh” (scritta da Robert Freimark) e a duetti con Baez: “Blowin’ in the Wind”, “Railroad Boy” e “Deportee”. Il clima resta teso, con Dylan che, in una versione straziante di “If You See Her, Say Hello”, trasforma il testo in una minaccia dolorosa, riflettendo la sua imminente separazione da Sara Lownds.
Significato artistico e impatto della raccolta
Questa documentazione dimostra che la tournée del 1976 non è un semplice capitolo marginale. Tra le rarità troviamo una versione ruvida di “Dink’s Song” con Baez, un primo take di “Seven Days” e anche il racconto di un allarme bomba in Florida. L’energia è spesso più elettrizzante di quella del 1975, con Dylan che passa dall’ironia di “Idiot Wind” a momenti di pura vulnerabilità in “Shelter From the Storm”. La chiusura, contrariamente al tradizionale “This Land Is Your Land” del 1975, si sposta su “Gotta Travel On”, un inno folk modificato ogni sera, e culmina con l’ennesima esibizione di “A Hard Rain’s A-Gonna Fall” come bis, segno di un’epoca di incertezza politica e personale.
Il cofanetto non è solo una collezione di registrazioni; è una testimonianza concreta del punto di svolta di Dylan, tra una rottura con il passato e l’avvicinarsi a nuove sperimentazioni. Gli ascoltatori possono finalmente percepire l’energia grezza, le tensioni e la creatività di una delle tournée più ambiziose della storia della musica rock.



