Il settimo lavoro dei ProtomartyrHotel Usona nasce da un concept che nasceva già nella mente del cantautore Joe Casey. L’intervista, condotta a Parigi durante i consueti impegni promozionali, rivela come l’immagine di un gigantesco albergo, le sue stanze e i corridoi, sia diventata la metafora di un’America contemporanea decostruita, dove il tempo si capovolge e la realtà si trasforma in un sogno distopico.
Il gruppo di Detroit combina la drammaticità tipica del post-punk con una produzione che supera i confini del genere. Il risultato è un disco che, pur mantenendo la spinta aggressiva dei precedenti album, si apre a sonorità inaspettate, creando un cinema sonoro ricco di contrasti.
Il concept dell’hotel distopico
Secondo Casey, l’idea di un “hotel con infinite stanze” è stata presentata al chitarrista Greg Ahee prima ancora che le registrazioni iniziassero. Ahee, che ha scritto la maggior parte delle musiche, ha potuto sviluppare il tema autonomamente, mentre Casey, impegnato nella paternità, ha atteso il momento di scrivere i testi. L’hotel diventa così la struttura simbolica dell’America attuale, ogni stanza rappresenta una dimensione della società: dalla violenza all’intelligenza artificiale, dalla deportazione al patriottismo deformato.
Il peso della paternità
Il nuovo ruolo di padre di Casey – con una figlia di un anno e mezzo – ha contaminato le parole del cantautore. La sua rabbia è ora indirizzata non più verso un futuro astratto, ma verso la realtà che dovrà affrontare la sua bambina. Questo cambiamento si percepisce in brani come Checking Out dove la sensazione di impotenza si mescola al desiderio di proteggere la nuova generazione.
Musica e influenze: dal post-punk all’exotica
Il suono di Hotel Usona è una fusione di post-punk tradizionale e di elementi exotica e mediorientali. Greg Ahee, la cui famiglia ha radici libanesi, ha riportato alla luce l’etichetta berlinese Habibi Funk inserendo nei brani timbri arabeschi e arrangiamenti di fiati che sfidano lo stereotipo del genere. La traccia Feed The Sewer è un esempio evidente: parte con una struttura metallica aggressiva per poi introdurre una marimba dal sapore esotico, creando un contrasto dolce-amaro.
Fiati e produzione
Il produttore Dave Fridmann noto per il lavoro con i Flaming Lips e i MGMT, ha dato forma a questi elementi. Dopo una prima rapida selezione di demo grezzi – caratterizzati da suoni MIDI e campioni improvvisati – Fridmann ha incoraggiato la band a mantenere alcune parti, integrandole con le performance di suo figlio, esperto suonatore di tutti gli aspetti dei fiati. Questa collaborazione ha permesso di inserire corni, sax e altri strumenti a fiato in modo organico, arricchendo la texture dell’album.
Testi di Joe Casey: denuncia e introspezione
Le parole di Casey non sono slogan ma immagini oniriche. Brani come Sound We Cannot HearExalted Eagles e Lavender Skies denunciano con un linguaggio quasi cinematografico, citando nomi concreti (ad esempio JD Vance in Converts) per tessere un arazzo di critica sociale. Al tempo stesso, la narrazione si fa introspectiva, interrogandosi sul ruolo dell’individuo di fronte a un sistema che sembra negare ogni potere di cambiamento.
Il tema del “check-out”
Il brano finale, Checking Out è la sintesi della tematica centrale: l’impotenza di voler uscire da una realtà opprimente senza riuscirci realmente. Casey descrive il desiderio di “staccare la spina” come un sogno di fuga che la società americana nega, lasciando al lettore la sensazione di essere un codardo o, al contrario, di essere l’unico a riconoscere la propria mancanza di potere.
Tour e prospettive future
I Protomartyr hanno programmato un tour che li porterà negli Stati Uniti e in Europa, ma per il momento non è prevista alcuna tappa in Italia. La band sta valutando nuove date con un promoter europeo, sperando di aggiungere concerti in territori finora poco visitati, qualora la logistica lo permetta. Il loro obiettivo è quello di presentare dal vivo un album complesso, dove realtà e immaginazione si mescolano, offrendo al pubblico un’esperienza che va oltre il semplice concerto.
Un lavoro che si colloca tra la tradizione post-punk e le sperimentazioni più audaci, confermando la band come una delle voci più incisive del panorama mondiale.



