La richiesta, al centro delle ultime discussioni nel mondo editoriale e politico, è semplice nella forma ma esplosiva nel contenuto: per esporre a Più libri più liberi gli editori sono stati invitati a sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo. La presa di posizione della presidente del Consiglio ha trasformato la questione in uno scontro pubblico sulle regole della libera espressione e sul ruolo delle manifestazioni culturali.
Gli organizzatori rispondono che si tratta di una misura per affermare valori costituzionali e assicurare unità tra i partecipanti; i critici vedono invece una forma di esclusione che limita il pluralismo degli stand. Lo sfondo comprende precedenti tensioni sorte dopo la presenza, alla scorsa edizione, della casa editrice «Passaggio al Bosco» e la riorganizzazione della fiera in vista della 25esima edizione, prevista a Roma alla Nuvola dal 4 all’8 dicembre 2026.
La protesta politica e le parole della presidente del Consiglio
Con un intervento sui social la presidente del Consiglio ha definito il meccanismo come un «patentino antifascista», sostenendo che la condizione imposta agli editori equivalga a una forma di censura. Secondo il suo messaggio, la libertà di pensiero sarebbe compressa se l’accesso a uno spazio pubblico culturale richiedesse l’assunzione di posizioni ideologiche predefinite. Questo richiamo ha innescato reazioni da più parti del panorama politico: alcuni esponenti di opposizione hanno replicato ricordando l’importanza di dichiararsi apertamente antifascisti come adesione ai principi repubblicani, mentre figure politiche di altro schieramento hanno ribadito il diritto alla pluralità delle idee e messo in guardia contro ogni sorta di esclusione per motivi di opinione.
La versione degli organizzatori e il contesto organizzativo
La direzione della fiera giustifica la novità normativa come una misura di chiarezza e unità tra gli espositori: si tratta, dicono gli organizzatori, di un documento ancorato a riferimenti istituzionali e ai princìpi fondamentali della Costituzione italiana, pensato per evitare equivoci e garantire coerenza nella rappresentazione dei soggetti presenti. La stessa Associazione italiana editori (AIE) ha aggiornato il regolamento richiedendo esplicitamente agli editori di affermare il proprio antifascismo, precisando che la modifica esplicita un richiamo al fondamento costituzionale della democrazia.
Il cambiamento avviene in un quadro più ampio di riorganizzazione della manifestazione: è stata annunciata una nuova governance e una squadra curatoriale con l’obiettivo di ridisegnare la pianta espositiva, ridurre il numero complessivo degli stand e ridefinire il processo di ammissione. L’intento dichiarato è valorizzare le case editrici che rappresentano progetti imprenditoriali solidi, in grado di investire e di dare lavoro, migliorando la visibilità generale all’interno della fiera.
Precedenti e motivazioni pratiche
La decisione degli organizzatori non nasce dal nulla: alla base ci sono le tensioni dell’edizione del 2026, quando la partecipazione di una piccola casa editrice di orientamento di destra provocò contestazioni da parte di autori e colleghi, diserzioni di ospiti e contestazioni pubbliche. In quel caso lo stand contestato attrasse invece numerosi visitatori, trasformando la polemica in un risultato paradossale di visibilità per l’editore coinvolto. Gli organizzatori ora sostengono di voler evitare ripetizioni di situazioni che degenerino in conflitti interni o in uso strumentale degli spazi fieristici.
Reazioni pubbliche e confronto tra opinioni
La vicenda ha coinvolto esponenti politici e intellettuali: alcuni parlamentari hanno bollato l’intervento della premier come distrazione rispetto ad altre urgenze nazionali, mentre altri hanno accusato l’esecutivo di élitarismo ideologico. Voci interne al mondo culturale hanno ribadito che dichiarare l’antifascismo non equivale a censurare idee diverse, ma piuttosto a ribadire l’adesione a diritti umani e alla tutela della dignità di ogni persona, principi che la normativa della fiera richiamava già in forma più generale negli anni precedenti.
Dal canto suo la fiera si è detta «rammaricata» per il dibattito scatenato e ha annunciato un ulteriore approfondimento istituzionale per chiarire la portata e le modalità della nuova dichiarazione, dimostrando la volontà di mantenere un confronto con gli attori coinvolti prima di consolidare i criteri definitivi di ammissione.
La controversia mette così in luce un nodo ricorrente nella vita pubblica italiana: come contemperare la libertà di espressione e il pluralismo con la necessità di escludere linguaggi e prassi che si ritengono incompatibili con i princìpi costituzionali. La discussione, che si dipana tra motivazioni giuridiche, scelte organizzative e posizioni politiche, rimane aperta in vista della prossima edizione della fiera, che dovrà decidere se confermare, modificare o ritirare la richiesta agli espositori.



