Gli American Football tornano con LP4, pubblicato il 1° maggio per Polyvinyl, e consegnano un lavoro che non si limita a riproporre un passato diventato icona, ma lo mette a nudo per costruirci sopra qualcosa di nuovo e più doloroso. Questo album non è un monumento turnover: è l’esito di una band che sceglie di confrontarsi con la propria storia, accettandone le rotture e trasformandole in materia sonora. La tensione emotiva tipica del gruppo resta presente ma viene spesso incanalata in forme più cupe, stratificate e a tratti dissonanti, una scelta produttiva che amplia e complica l’identità nota della band.
Un suono ampliato e più denso
Dal punto di vista timbrico LP4 è il lavoro più ambizioso del gruppo: la produzione di Sonny DiPerri porta una stratificazione che fa dialogare intrecci di chitarra con elementi orchestrali e sintetici. Al centro rimane la precisione espressiva delle chitarre, ma attorno a essa si innesta un impianto sonoro più fitto: il vibrafono di Cory Bracken è presente in numerosi brani e arricchisce l’atmosfera, mentre contributi come il violino di Ben Russell su “Bad Moons” aggiungono tessiture che spostano l’orecchio dal semplice indie-rock verso territori più cupi e progressivi. Il risultato è una musica che pesa, che chiede tempo e attenzione per rivelare le sue sfumature.
Strumenti e scelte d’arrangiamento
La scelta di inserire strumenti come il vibrafono e archi non è decorativa: crea una sorta di impalcatura emotiva che sostiene testi più espliciti e personali. Le atmosfere si fanno volutamente instabili, con passaggi che vanno dalla delicatezza arpeggiata a momenti di massa sonora. Questa direzione timbrica permette alla band di non nascondere le proprie rughe: piuttosto, le evidenzia e le usa come leva per nuove intensità espressive. È un approccio che segna la distanza rispetto ai suoni più nitidi e compatti del passato.
Voce, ospiti e fenditure emotive
Un elemento significativo di LP4 è l’uso delle collaborazioni vocali come punti di rottura e ombra: voci esterne entrano nei brani per suggerire prospettive diverse o per incrinare l’unità del racconto. Tra i featuring troviamo Brendan Yates in “No Feeling”, Caithlin De Marrais in “Blood On My Blood”, Natalie R. Lu in “Wake Her Up” e Gelsey Bell in “Desdemona”, oltre a un piccolo coro in “No Soul to Save”. Questi interventi funzionano come fenditure: non riempiono spazi ma li aprono, permettendo al materiale testuale di apparire più esposto, meno idealizzato.
Il ruolo delle voci ospiti
Le apparizioni vocali non sono semplici abbellimenti, ma servono a modulare il punto di vista narrativo: in alcuni casi amplificano un senso di isolamento, in altri introducono tensione o ironia dolorosa. La decisione di alternare timbri femminili e maschili, coro e voce solista, trasforma alcuni brani in vere e proprie scene corali dove i contrasti vocali diventano strumenti espressivi. Questa pratica conferma l’intenzione del gruppo di non mascherare le complessità della vita adulta con formule nostalgiche.
Temi: mezza età, responsabilità e perdita
Nel lessico di LP4 affiorano temi diretti: divorzi, figli, alcol, long Covid, sensi di colpa e vergogna. La malinconia qui non è più una posa estetica ma un sentimento che nasce dal tempo trascorso e dalle conseguenze pratiche delle scelte. L’apertura con “Man Overboard” è emblematica: la batteria irregolare e la prima immagine testuale — “I was born castaway / Lost at sea” — introducono la deriva come condizione permanente, non solo come evento giovanile. La voce si pronuncia con meno tentazione di elegia e più voglia di verità, anche quando questa si mostra come stanchezza senza fronzoli.
Focus su “Bad Moons”
Il singolo “Bad Moons” mette in evidenza la capacità del gruppo di fondere due età e due approcci: nato da due demo differenti, il brano si sviluppa su un campione arpeggiato che tiene insieme momenti giocosi e passaggi di crescente frustrazione. La seconda parte si trasforma in una jam nervosa per poi ritirarsi in una coda meditativa, mostrando la tensione tra innocenza e colpa che attraversa l’album. Il video diretto da Alex Acy e Rémi Belleville esplicita il tema della transizione dall’infanzia all’età adulta, ambientandolo in contesti rurali che richiamano il Midwest e il Québec.
Conclusione: una band che accetta la storia
LP4 dimostra che gli American Football non vogliono più suonare giovani; desiderano suonare autentici. Abbandonata l’idea di proteggere o di mitizzare il proprio passato, la band usa le crepe della memoria come fondamenta per un lavoro più grande e doloroso. Il disco accompagna una tournée mondiale al via a maggio, con una tappa italiana il 19 giugno all’Alcatraz di Milano, e si inserisce in un percorso che la band affronta con rinnovata onestà: anche il gesto di devolvere $1 / £1 / €1 per ogni biglietto tramite PLUS1 a favore di Safe Passage International e The Illinois Coalition for Immigration & Refugee Rights testimonia una volontà di impegno che travalica la musica. In definitiva, LP4 è un disco che sceglie la verità del tempo piuttosto che la consolazione dell’icona.

